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In queste ultime settimane ho ricevuto alcuni messaggi di genitori preoccupati da argomenti balzati alla cronaca come Momo game, selfie killer o gruppi pro-ana (pro-anoressia).
Momo game è, in estrema sintesi, una sorta di catena virale girata su WhatsApp in cui con la condivisione di un’immagine spettrale si inviano vere e proprie maledizioni (che ovviamente eviterai se anche tu condividerai lo stesso contenuto) e pare che sia stato questo gioco a spingere un ragazzo al suicidio.
I selfie killer, mi permetto di dire uno tra i modi più stupidi per sfidare la morte e svilire il valore della propria vita, consistono nel trovare luoghi o situazioni pericolose (prima dell’arrivo di un treno, su un grattacielo senza protezione…) in cui scattare un selfie per sbandierare al mondo il proprio (presunto) coraggio.
I gruppi pro-ana (su WhatsApp, Instagram, o Facebook) sono gruppi in cui soprattutto le ragazze, spesso utilizzando profili finti, si uniscono per chiedere aiuto, supporto e consigli per diventare anoressiche.

Momo game, selfie killer, gruppi pro-ana: cerchiamo di fare una riflessione seria?

Rileggendo quanto ho appena scritto mi vengono i brividi, nonostante non abbia figli spesso ho a che fare con ragazzi con un’età che varia dagli 11 anni in su, sia per incontri di formazione sulla Social Education, sia nel mio oratorio. Quando leggo quello che succede è ovvio che il primo pensiero corre a loro.
Non sono quindi una psicologa, ma un adulto che abita la Rete, cerca di farlo in modo consapevole e, anzi, ne ha fatto il proprio lavoro ed è proprio per questo che professionalmente e personalmente mi sento coinvolta.

Non mi interessa quindi entrare nella spiegazione morbosa della singola tragica storia per cavalcare l’onda mediatica (questo lasciamolo a quei siti che vivono di clickbaiting), ma partiamo insieme proprio da qui: perché l’attenzione a questi temi deve salire solo quando arrivano notizie tragiche?
Momo game, selfie killer, gruppi pro-ana sono solo alcune delle conseguenze da abuso di Internet, ce ne sarebbero molti altri: sono conseguenze di comportamenti distorti, ma NON sono il web o i social network.
Vi prego di fare molta attenzione a questa differenza perché purtroppo è l’errore in cui giornali o media ci fanno scivolare: il web e i social network sono un ambiente relazionale, abitato da persone, adolescenti, giovani adulti che dovrebbero avere consapevolezza del luogo in cui si trovano e dovrebbero quindi riuscire a tutelarsi da rischi e pericoli (dovrebbero… e invece…).
Spostiamo un attimo l’attenzione sugli adulti? Ne ho parlato anche coi miei video: profili finti, truffe romantiche (romantic scam), sexting (invio di contenuti piccanti, foto, chat, video) e ricatti (revengeporn) sono all’ordine del giorno e in aumento in Italia: parliamo di ragazzi? No.

Quindi il tema vero qual è? La seria riflessione che dobbiamo fare insieme viene prima da dove parte?
Io inizierei chiedendomi: qual è innanzitutto il mio comportamento? Cosa condivido? O ancora: mi interesso della vita dei miei ragazzi (online e offline)? Oppure mi limito a giudicare foto che condividono? Conosco davvero questi ambienti oppure li rifiuto ritenendoli ‘roba da ragazzi’? Ci diamo delle regole di utilizzo in famiglia (es: a tavola, al ristorante… )

Momo game, selfie killer, gruppi pro-ana: grandi fragilità urlate e a volte sottovalutate

Siamo in attesa del nuovo report annuale dell’Osservatorio Nazionale Adolescenza, ma dovrebbero bastare i dati pubblicati a fine del 2017 a  farci drizzare i capelli (leggi questo post).
Il tema quindi non è se i social sono o meno pericolosi, se ‘la balena blu’ è o meno un gioco perverso e reale, o come bloccare Momo game, selfie killer, gruppi pro-ana perché se ci limitiamo a segnalare e bloccare (azione che va assolutamente fatta intendiamoci), ma non andiamo oltre, non scavo alla radice del disagio reale che queste azioni mi comunicano, sarà tutto inutile.
Il tema reale è capire ad esempio perché la percentuale di adolescenti che si tagliano (cioè si provocano lesioni volontarie) in Italia è in aumento; il tema è capire se ci sono o meno modifiche nel comportamento dei ragazzi; il tema è chiedersi ‘cosa mi sta dicendo attraverso queste foto condivise’ questo ragazzo.

Recentemente ho fatto un corso in una scuola media: al mattino ho incontrato i ragazzi classe per classe. Al pomeriggio i professori e alla sera i genitori. I ragazzi (parlo di prima media eh) mi hanno dichiarato senza alcun problema di avere più di un profilo instagram, molti dei genitori non lo usano.
La maggior parte delle ragazze aveva un profilo Musical.ly pubblico: un’applicazione divertentissima, ma se usata ancora una volta con criterio. I genitori? Il 90% non la conoscevano nemmeno. Eppure anche da lì possono arrivare attacchi violenti, commenti negativi anche sulla propria fisicità che possono in alcuni casi mettere in crisi le ragazze diminuendo la loro autostima. Vogliamo parlare del numero infinito di applicazioni per Instagram che applicano filtri per modificare esteticamente le foto ‘migliorando’ il corpo? Non è già quello forse un rifiuto a quello che realmente siamo? E queste chi le usano: adulti o ragazzi?

Momo game, selfie killer, gruppi pro-ana: l’azione di contrasto online, comincia dall’offline

Non è il giudizio che diamo ai social o il divieto di usarli a priori (decisione presa magari solo dopo aver visto un servizio televisivo e non dalla reale comprensione del pericolo) a salvare i ragazzi, ma l’attenzione che diamo a loro quotidianamente. Ecco allora che prima di correre ai ripari è meglio ancora una volta mettersi in ascolto, comprendere che la Social Education è fondamentale (e non lo dico davvero solo perché ne parlo nel mio libro!).

L’Osservatorio adolescenza dà questi consigli che vi riporto:

  1. Cerca di fermarti e di conoscere il ragazzo nella sua quotidianità
    Non portare critiche o giudizi a priori, ma cerca di avere un atteggiamento aperto e curioso. Conoscere le sue abitudini permette di notare se ci sono variazioni, senza sminuire nulla, ma nemmeno senza andare in ansia: parliamo di adolescenti! Gli hai mai chiesto, ad esempio, di spiegarti chi sono gli youtuber?
  2. Instaura un dialogo
    La cosa più difficile si sà. Eppure molto dipende da noi: l’approccio è di ascolto o di tono inquisitorio? Spesso ciò che sembra a noi banale (anche un like) per loro ha estrema importanza.
  3. Opprimere è deleterio
    Lo abbiamo provato tutti: se mi pressi, io scappo! Semplice e, anzi se ho un problema, pur di non averti intorno cercherò di dirti che va tutto bene.
  4. Abiti il web e i social?
    È difficile, spesso incomprensibile, la tecnologia le novità sono tante, troppe… eppure è lì che devi stare. Informati, formati, monitora (che non è sinonimo di spiare!), ma vivi da adulto l’ambiente tecnologico. Se non sai nemmeno cosa sta vivendo, quali esperienze fa e dove le sta facendo, come puoi pensare di poter agire?
  5. Formati, informati, approfondisci e chiedi aiuto
    Quanto scritto rappresenta un equilibrio ‘perfetto’ che si sa, è difficile spesso da attuare, ma non impossibile. Se noti che qualcosa non va, senza essere invasivo, prova a informarti attraverso la sua rete di relazioni, dai suoi amici e se tutto questo per te è difficile, chiedi aiuto! Esistono associazioni, professionisti, consultori (ad esempio qui a Como, il Consultorio ‘La Famiglia’ offre supporto gratuito): tutti pronti a supportare situazioni di pericolo e fragilità.

Nessuno ha la bacchetta magica tra le mani.
La Rete è tanto bella e positiva, quanto difficile e pericolosa, ma vorrei ricordare a me stessa e a voi che state leggendo questo post una cosa: online o offline, sempre e comunque le scelte sono nostre, e ogni scelta ha una conseguenza (che purtroppo nell’online spesso si amplifica!).
L’attenzione all’altro (sia esso adulto o ragazzo) dovrebbe cominciare a rientrare nella responsabilità personale che ognuno dovrebbe sentire di avere: pensare meno a pubblicare per ricevere consensi, ma a pubblicare per comunicare potrebbe già essere un ottimo inizio. Mi sbaglio?


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    Image cover: thanks Shutterstock

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