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L’invito è semplice: passiamo una serata con gli amici di strada, vieni anche tu. L’associazione si chiama Lègami (o lègami? Splendido gioco di accenti che racchiudono il nocciolo della questione). Il tempo libero non manca e nemmeno la voglia di provare questa esperienza. Sì, ho voglia di sporcarmi le mani. Esco carica e felice mi immagino un’esperienza insolitamente positiva e direi lineare. Arrivo a Como entro in Chiesa, luogo del ritrovo, pensando di non trovare molta gente. È sabato, quanti ragazzi potrebbero accettare questo invito?

Il primo schiaffo

Male Rosa, molto male! Ma come? Il #futurosemplice, lo stile positivo e arrivi con i preconcetti? Davanti a me circa 100 ragazzi pronti a vivere questa serata… splendido! Si parte insieme, si parte con una preghiera ‘perché tutto nasce così’ mi racconterà poi Elisa, la capogruppo che era con me.
Fuori il team che organizza, divide torte in piccole fette consegna a ognuno tè caldo da portare agli amici che incontreremo. I ragazzi vengono divisi in circa otto gruppi, ognuno con responsabili che spiega loro cosa si andrà a fare e dove: chi va in stazione, chi nelle periferie, chi in case abbandonate… sì perché questi lègami vanno oltre quelle soglie che troppo spesso non superiamo e insieme fare quel passo in più per arrivare a vivere e respirare anche queste realtà è possibile.

Il secondo schiaffo

Io sono nel gruppo che percorrerà le vie del centro di Como. Parto e mi affianco a Elisa e le domande esplodono, dalla testa alla bocca. Elisa mi racconta che l’iniziativa nasce da un gruppo di amici che circa tre anni fa ha pensato che voleva fare qualcosa di concreto andando incontro agli ultimi. Elisa, sguardo vispo, occhiali alla moda, capelli lunghi e mori mi parla con semplicità di questi amici e di come loro volessero toccare con mano Gesù. È automatico, scontato e banale per lei: tutto parte da li! Non avrebbe altro senso. Saper essere ultimo tra gli ultimi. Ed ecco il secondo schiaffo quello che solo le persone pulite e limpide, convinte di ciò che stanno facendo e in ciò in cui credono riescono a darti. Elisa mi aveva appena ricordato cosa significa testimoniare senza timore. Lei probabilmente nemmeno se ne è accorta… ‘Ma come, Rosa, non lo capisci?’ (ho pensato tra me e me)… ‘non servono parole ma, spesso, i fatti’. Grazie Elisa.

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Il terzo schiaffo

Passiamo accanto al Broletto, una zona che si trova a fianco del magnifico duomo di Como. Vediamo un uomo che è già sdraiato a terra al riparo di alcuni cartoni: dorme. ‘gli lasciamo una coperta?’ chiedo io. ‘No’ è la risposta dei ragazzi. Rosa, non funziona così. Il nostro portare una fetta di torta, una coperta e un mezzo, uno strumento che ci permette di entrare in contatto con queste persone. Noi non vogliamo e non facciamo assistenzialismo. Quale può essere l’insegnamento altrimenti? Noi abbiamo il compito di avvicinarci e iniziare un dialogo, cercare di farli muovere da quel torpore nel quale a volte cascano e nel quale si cullano una volta che sono stati esclusi dalla società e dal sistema’. Questo schiaffo mi ha aiutato a ribaltare la mia visione: sono stata zitta e ho pensato a queste parole. Quanto di me era li per auto-celebrarmi o, così come si dice per “lavarmi la coscienza” e quanto invece per provare questa esperienza in maniera assoluta? Ho seguito il gruppo e ho cominciato a vivere l’esperienza in modo diverso.

Il quarto schiaffo

Arriviamo a Santa Croce, una delle Chiese più visitate di Como. Eccoci. Ci siamo. Situazione classica di accampamento di senza tetto: porticato, cartoni, sacchi. Tutti vicini per farsi caldo, la penombra che ti aiuta a riconoscere i volti e ti avvicini. Il fatto di essere in gruppo ti da forza. Ci avviciniamo situazione un po’ paradossale noi, una decina ‘accerchiamo’ il primo ragazzo che era sdraiato a terra, avvolto nella sua coperta. Ci saluta stupito. Si mette seduto e allunga la mano verso di me. ‘Piacere Roberto’. Mi chino, mi avvicino. Stringo la sua mano. In un attimo subito un contrasto: volto scavato, provato, pochi denti, voce roca. Mani gonfie, sporche, provate. ‘Piacere, Rosa’. Non mi lascia la mano mentre continua a raccontare ‘Mi sono fatto venticinque anni dentro. Ora la polizia mi cerca. Ma io rimango qui, non mi faccio trovare perché dovrei farmene altre due… anche se dovrei stare in ospedale, sono sieropositivo’. Venticinque anni, una vita. Cos’avrà mai combinato questa persona? Sieropositivo? Il volto non mente. Sicuramente ex tossicodipendente o probabile che lo sia ancora. Eppure l’unica cosa che penso sono le parole di Elisa. L’ultimo tra gli ultimi, dare speranza… qual è il mio significato nell’essere li? Cosa stavo cercando io? Cerco di allontanare pregiudizio e giudizio e l’ascolto. A uno a uno saluta gli altri ragazzi e inizia a raccontare la sua vita. Aneddoti talmente assurdi che sembrano inventati, anzi, credo proprio lo siano. Stride il suo essere così spiritoso, forzatamente divertente col suo stato di povertà estrema. E intanto quell’odore acro e forte inizia a salirmi per il naso, talmente forte e fastidioso da colpirti allo stomaco. Nascondo il naso nella sciarpa. Prima di uscire mi ero spruzzata il mio solito profumo un modo per estranearmi da quella situazione? No. Non va bene Rosa accetta questo ennesimo schiaffo e tira fuori la testa e vivi questa esperienza.

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Il quinto schiaffo

Noto Elisa più avanti nell’angolo. Saluta una coppia che era già sdraiata e pronta per la notte. Li conosce, li abbraccia e si siede in mezzo a loro ai loro piedi, su quelle coperte che una volta erano bianche e ora raccontano una vita di disagio. Mi avvicino a lei, a loro. Rimangono sdraiati sotto quelle coperte ma lui si tira un po’ più su appoggiando la schiena al muro, lei lo segue ma appoggia la testa al suo cuore. Ernesto e Simona sono due giovani: lui avrà circa 35 anni, tratti somatici latini, pelle ambrata, capelli e barba scura occhi lucidi, profondi e vispi; lei avrà qualche anno in meno, carnagione chiara, capelli rossi con un taglio alla mascolina un po’ rasati e un po’ no, occhi chiari  e noto qualche piercing. Lui non smette di accarezzarla e tenerla abbracciata, lei è quasi accovacciata, rifugiata nelle sue braccia e sotto al tepore di quelle coperte. Mi colpisce questa immagine perché penso a me, alla mia storia alla mia vita e mi chiedo: chi ha tutto? Chi è quello che non ha niente? Chi è il povero tra noi? Mi siedo accanto a Elisa sul ‘letto’ di qualcuno che per ora non c’è e torna quell’odore, sempre più forte, sempre più nauseante. Ernesto continua il suo show, battute, ironia. Scherza su nomi. Sì su nomi da dare a un eventuale figlio o figlia. E tutto diventa chiaro: Simona lo guarda e lo asseconda. Simona è incinta. Elisa riprende una discussione che ho chiaramente interrotto cercando di riportare il tutto a un livello più profondo e di confronto: ‘sì ma, cosa farete? Per strada non puoi tenerlo. Devi trovare un lavoro, una sistemazione. Non potete pensare di continuare così. Lei risponde vaga, ‘sì lo so, vedremo, non è il primo’ chiude gli occhi e si lascia andare ai suoi pensieri. È più facile estranearsi a volte che  affrontare la realtà: sono chiari anche sul suo volto i segni di una vita difficile. Simona è già madre di un figlio che ha lasciato in un centro per l’affido. NO. Rosa nessun giudizio! Tento anche io di supportare Elisa e di chiedere a Ernesto qualcosa sulla sua vita. Ad ogni domanda risponde sempre nello stesso modo: svia con risate, battute. Non insisto è evidente che questo suo modo di fare è una difesa. Inizia lui a domandare ‘ma tu bella in spiaggia che fai nella vita?’ ‘bè io, lavoro sul computer’ ‘sé ho capito, ma li aggiusti o scrivi?’ ‘No bè scrivo e insegno come utilizzarlo’ ‘Ma dai? Anche io avevo iniziato un corso di introduzione all’informatica quando mi sono trasferito in Italia, poi i miei sono morti, avevo solo mia zia e ho dovuto lasciare tutto. Ma mi piaceva, mi piaceva un sacco più di quando andavo a scuola. Li mi obbligavano e non andavo bene non conoscevo la lingua all’inizio… e poi la vita…eccoci qui…’
Ecco l’apertura, ecco l’unico spaccato di vita che Ernesto mi ha regalato e che racchiudeva di fatto l’inizio di una vita difficile. Ecco l’ennesimo schiaffo: quante cose per cui ringraziare? Un lavoro, una passione che puoi esprimere, una casa un letto. Rosa: pensi ogni volta che fai una doccia che quella è una fortuna che molti non possono avere?

Il sesto schiaffo

Ci raggiungono altri ragazzi. Uno in particolare dice che arrivava a piedi da Erba, che da Como dista circa. Tra me e me penso che sia l’ennesima balla. Lo guardo, lo saluto, gli stringo la mano: non ci vuole molto a capire che abbia ancora problemi con la droga ‘sicuramente mente chissà cos’ha combinato’. Si siede, si toglie le scarpe vedo le calze consumate. Toglie anche quelle e mostra piedi rossi e le vesciche che scarpe troppo grandi per il suo piede hanno provocato dopo quella lunga camminata. Brava Rosa. Ci sei cascata ancora: pregiudizio, giudizio. Ci accorgiamo che Roberto ha bevuto e inizia a traballare. Le ragazze più giovani che erano con noi sono chiaramente a disagio. È il momento di andare.

Il settimo schiaffo

Torniamo al punto di partenza. È il momento in cui i ragazzi, se vogliono, condividono la loro esperienza. Uno di loro prende il microfono e racconta con voce tremolante di come lui abbia assistito a una scazzottata in stazione e che hanno dovuto chiamare l’ambulanza.  Racconta però che quello che pensa in quel momento non è tanto il perché quella persona sia arrivato a comportarsi così ma, a come lui non abbia nessuno ‘lui tornerà li, ha sbagliato ma, non ha nessuno… io ho la mia famiglia’. Via via altri prendon il microfno e inizia a concretizzarsi la sensazione di aver vissuto qualcosa di forte. Ognuno scrive il proprio pensiero su un foglietto che viene attaccato su un cartello. Alla fine ognuno è invitato a ripescarne uno e a portare con sé quella frase. Cos’è capitato a me?

legami biglietto

Tutto si conclude da dove era partito, dalla Chiesa e da Gesù come mi ha ricordato Elisa. Io mi sento un po’ ‘ubriaca’. Non so se sono triste o felice. Quell’odore acre l’ho ancora addosso e non vedo l’ora di togliermelo in qualche modo. Torno a casa, mi lavo: lavo le mani, la faccia. Vedo scorrere l’acqua calda e ripenso a loro. Mi cambio, mi metto a letto e penso che la vita è strana: quel materasso deforme, molle e pieno di difetti che mi faceva dormire così male e che fino a ieri era da buttare… in una sera è diventato comodo, accogliente… e finalmente dopo una serata di schiaffi percepisco la prima carezza: sono nel mio letto, ringrazio Dio. Buonanotte.
Rosa

BIO e CONTATTI:
  • Legami, opera a Como e si ritrova ogni terzo sabato del mese.
  • QUI IL LINK al gruppo su facebook per chiedere info e contatti
  • Legami Non è ancora Associzione ‘ufficiale’. Il gruppo di ragazzi si sta muovendo per capire quale direzione prendere anche perchè di volta in volta i partecipanti crescono. Nel frattempo hanno iniziato a creare rete con altre Associazioni comasche che lavorano per aiutare e supportare persone in difficoltà e emarginati
  • Legami, ha scelto questo logo.
    legami logoUn
     NODO: lo dice il nome stesso: legame che unisce. ARANCIONE: Arancione= Giallo + Rosso – Giallo: LUCE, perchè la luce permette di vedere, illumina. Luce di Lui che ci guida e Luce che noi possiamo portare, come una piccola candela, a chi ha perso la speranza di vedere ancora. – Rosso: PASSIONE . Perchè, ciò che facciamo, non lo facciamo come semplice servizio, ma coltiviamo una Passione. E nella nostra passione c’è Amore 
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