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La violenza verbale è una grande emergenza: ragazzi, ma purtroppo, soprattutto adulti non si rendono conto del potere delle parole. Una parola può rialzare, ma può anche irrimediabilmente ferire. Ecco perché oggi più che mai è importante fermarsi e riflettere su quello che possiamo provocare anche noi con un semplice commento, like o approvazione a post che mascherati con parole ‘ironiche’ o ‘sarcastiche’ possono davvero ferire.

Occorre fare attenzione all’uso delle parole

Quindici giorni fa, sulla bacheca di un amico ho letto questa frase e sono rimasta fulminata:

Occorre fare attenzione all’uso delle parole, ponderarle, rispettarle come la cosa più preziosa che possediamo. Rappresentano il significato stesso dell’essere umano. Noi siamo parola. Ci manifestiamo con la parola, generiamo parole; la parola è l’unico dono che possiamo elargire…. E nel momento in cui la si pronuncia ed esce dalla bocca, la parola sta ad indicare che è avvenuto qualche cosa da cui non è più possibile tornare indietro… la parola fa…
Ci sono parole che uccidono 
e parole che salvano
Quando la parola si fa preghiera , persino il Padre Eterno viene a conversare…”
(Vittorino Andreoli – Il corpo segreto)

Non ti è mai successo di avere per la testa pensieri, nel cuore sensazioni, ma di non riuscire a esprimerle come vorresti, ma poi ZAC arriva una frase, un post, un tweet e come per incanto dici: ‘cavolo! Ma è proprio così, è proprio quello che volevo dire, quello che avevo in testa…!’ Ecco, io ho provato la stessa sensazione.

Social network, pulpiti e il pericolo della social-anarchia

Ci sono parole che uccidono e parole che salvano… io ci aggiungerei anche ‘ci sono atteggiamenti che uccidono e atteggiamenti che salvano’ (anche sui social).
Esiste una nostra personale responsabilità ogni singola volta che decidiamo di utilizzare la parola (sia essa scritta o verbale) per comunicare, rispondere, intervenire. In quest’ultimo mese abitando i social quotidianamente ho assistito a picchi di violenza verbale inaudita. Non c’è arcobaleno, Charlie, pro #familyday, no immigrazione, sì ai centri per immigrati, no alla buona scuola… o quello che ci vuoi inserire che tenga: qualsiasi tema (e non è per generalizzare, credimi), ma veramente di qualsiasi tema si parli dal più futile a quello più serio, sembra ci sia gente che non aspetti altro che pubblicare (e non comunicare) la propria aggressività, la propria voglia di evidenziare quanto ‘quello che dico io è giusto, gli altri son tutti imbecilli’. Insulti, minacce, foto e titoli che mirano solo ed esclusivamente ad aumentare tensioni, astio rancori senza alcun senso e spesso con grande superficialità e muovendosi anche in massa.

Questo tipo di comunicazione per me non ha senso: l’account si trasforma così in un pulpito dal quale poter liberamente insultare, inveire in nome del ‘sulla mia bacheca dico quello che voglio è casa mia!’ (salvo poi cascare nell’incapacità di gestire i commenti del tuo post pubblico, e di decidere con tutta semplicità di cancellare e eliminare chi non concorda con te).

Io credo che se l’unico valore che sta guidando i nostro account è ‘qui faccio quello che voglio’ siamo in balia di qualcosa di veramente pericoloso che definirei come ‘social anarchia’ e la cosa, giuro, mi spaventa. Abbiamo la libertà di poter comunicare, eppure siamo così incapaci di percepirne il valore… In Cina, Turchia bloccano i social perchè il pensiero libero fa paura, e noi non siamo capaci di intavolare una discussione?

Vedo spesso un’incapacità di dialogo limitata a botta e risposta che non mira a atteggiamenti di ascolto, percepisco l’ansia morbosa del clamore negativo, quella che fa condividere una notizia perchè titolo e immagine attirano clamorosamente (appunto) l’attenzione… e quindi via ai caroselli in cui ci si scandalizza e si giudica ‘leggi e condividi!!’ ‘è uno schifo!!’ ‘in che mondo siamo?!’ che sottintende OVVIAMENTE che tu, persona che pubblichi quel contenuto non ti comporteresti mai in quel modo… giusto? (…a volte vi invidio un po’ e mi chiedo da dove derivi tutta questa sicurezza…). Evito di parlare invece di chi dell’insulto o della ricerca del clamore ad ogni costo ne fa uno stile comunicativo (ne ho già parlato ai tempi qui).

Il clamore ad ogni costo e la cultura del terrore (che aiutiamo a sostenere)

‘Il futuro è semplice, è la gente che è troppo complicata’ vero? E a mio avviso spesso è proprio la gente che non si accorge del ‘gioco al clamore’ al quale spesso partecipa prendendo le parti di chi concretamente non è interessato alla notizia, ma punta a fare solo ‘numeri’. Non trovi triste che fa più condivisioni il post con l’insulto tra due politici idioti piuttosto che un post che parla di un gruppo di ragazzi che fanno ad esempio volontariato, o di una bella realtà aziendale italiana che sta avendo successo?
No, per favore non rispondermi ‘perché le persone vogliono questo’ e sai perché? Perché come giustamente dice la famosa canzone ‘gli altri siamo noi!’ …che clicchiamo, condividiamo, commentiamo fregandocene dell’importanza di un grande dono che ognuno di noi ha, la parola:

 ‘la parola è l’unico dono che possiamo elargire… la parola fa’. 

‘Ahhh vergogna!!! Leggi qui, in che mondo siamo?!’ (…dimmelo tu visto che ci vivi!)

Già, in che mondo siamo? Dimmelo tu! Tu che sei capace di scandalizzarti e giudicare, perché in questo mondo… ci sei anche tu! Oltre a condividere proclami, tu, cosa fai? E, ti prego, non mi rispondere ‘nulla di male’, perché oggi le emergenze sono talmente tante che il concetto non è ‘sai, non faccio nulla di male a nessuno’, ma ‘tu cosa fai di bene?’ (nella situazione in cui ti trovi, per quanto puoi, per quanto hai…). Partendo dal presupposto che ‘Ok, tu non ti comporteresti mai in quella situazione così e che è anche improbabile che tu ti ci ritroverai un giorno’, torniamo a terra e alla nostra vita quotidiana: cosa facciamo, noi? 

Io su questo ci rifletto sinceramente ogni giorno e spesso mi sembra di essere inerme, inutile, ma una su una cosa mi impegno, anche se non è semplice eh… è l’attenzione all’uso ponderato delle parole e l’atteggiamento di ascolto. 

Ci sono parole che uccidono e parole che salvano (anche sui social)

‘Occorre fare attenzione all’uso delle parole!…. non è più possibile tornare indietro’

…e spesso son proprio le parole che feriscono, colpiscono: sì anche le tue, le mie, quelle dette con più superficialità.
Inutili proclami non portano nulla a nessuno e spesso io credo che i social non siano nemmeno il luogo giusto per poter affrontare temi che richiederebbero molta più attenzione e rispetto da parte di tutti. Fin da piccola sono sempre stata abituata a pensare e credere che la libertà sia innanzitutto rispetto dell’altro, il cercare di comprendere e mettersi nei panni dell’altro, ma la libertà ha regole e non corrisponde a ‘faccio/dico ciò che voglio’.

Dove inizia il fastidio e l’insulto (spesso mascherato da ironia o satira) finisce la libertà: tua, mia, di tutti. Ecco perchè in questi casi io scelgo il silenzio (e non ‘quotes’, fotomontaggi, video scandalosi, screenshot di fan page piene di insulti), perché anche il silenzio parla ed è una scelta, non la mancanza di presa di posizione. Io leggo, attendo, rifletto…

‘Fa più rumore un albero che cade che una foresta che cresce’ e chissà come mai si riesce sempre a far diventare ‘un caso’ l’esternazione più estrema e spesso stupida che riesce a scatenare ira e commenti (ma che non rappresenta in alcun modo il pensiero di un gruppo, di un’associazione, ma di un singolo).

Forse è arrivato il momento di auto-educarci all’uso della parola, al numero di parole che usiamo, alle frequenza con cui le esponiamo. ‘La parola è l’unico dono che possiamo elargire…’ è preziosa, è viva, è tagliente e affilata, distrugge e mortifica, ferisce e ti abbatte, ma se ben usata cura, conforta, consola, motiva e rialza… (Ad ognuno, come sempre, la libertà di riflettere e scegliere da che parte stare…).


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