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Mentre le scorse settimane ero nel pieno delle mie vacanze estive, sui social si è scatenata l’ennesima moda.
Leggevo screenshot condivisi con commenti offensivi, mai una firma.
Ad ogni post una miriade di commenti con i soliti toni polemici: chi era pro, chi contro, chi esaltava ‘questa’ Sarahah.

Non ti nego che all’inizio non capivo cosa stesse accadendo. È bastato poco per comprenderlo.
Ormai di questa App che, così come recita ‘permette di ricevere onesti feedback’ perché anonimi si sa molto, tutto… o forse credevamo di saperne.
Tempismo o salvezza grazie alle mie vacanze non so. Sta di fatto che ‘a pelle’, quello che è anonimo lo svio: se da una parte, la ‘Rosa Professional’ mi diceva che avrei dovuto metterci il naso per comprenderne le dinamiche, quindi scaricare l’app e capire il funzionamento, dall’altra credo davvero che non sia un dovere seguire ogni ondata, moda, soprattutto se la si ritiene dannosa, inutile e pericolosa. La mia decisione è stata quindi quella di saltare a pie pari questa ‘bolla’ sviando le relative polemiche, schieramenti.

Sarahah ha copiato le rubriche degli smartphone su cui è stata installata

Ieri è uscita questa notizia, ne parla direttamente il sito The Intercept : 18 milioni di persone hanno subito il fascino dell’anonimato (che brividi) scaricando questa App.
18 milioni di persone hanno ‘regalato’ mail e numeri di telefono a questa azienda che corre ai ripari specificando che non cederà a terzi questi dati. Di fatto, così come scritto nell’articolo, anche Snapchat nel 2014 era cascato in questo errore, per non parlare di WhatsApp ai tempi dell’acquisizione da parte di Zuckerberg. Senza però entrare in tecnicismi che potrai leggere appunto nell’articolo stesso, qui mi preme ricordarti nuovamente che è drammaticamente vera questa frase: ‘quando qualcosa è gratis, il prodotto sei tu’, o meglio ‘il prodotto sei tu, insieme ai dati che condividi’.

Termini fuorvianti, accostati in modo scorretto perché l’uno il contrario dell’altro: non esistono sui Social ‘Onesti feedback anonimi’

Basta andare su un qualsiasi dizionario e riflettere sul vero significato delle parole utilizzate.
Partiamo dal nocciolo della questione: cosa significa anonimo? 

Anonimo è qualcosa che è privo del nome dell’autore, non firmato, privo di tratti distintivi, privo di personalità, di originalità e i sinonimi sono ‘piatto’, impersonale, senza stile.

Cosa significa onesto?

onesto agg. [dal lat. honestus, propr. «onorato», der. di honos -oris «onore»]. Di persona che agisce con onestà, lealtà, rettitudine, sincerità, in base a principî morali ritenuti universalmente validi, astenendosi da azioni riprovevoli nei confronti del prossimo, sia in modo assoluto, sia in rapporto alla propria condizione, alla professione che esercita, all’ambiente in cui vive: è un uomo.

Anonimo non è un valore! Anonimo è impersonale, senza stile. Come è possibile affiancare questa parola al significato di onesto, sincero con grandi principi morali?

Può esistere un anonimato che edifica?

Escludendo ovviamente da questa riflessione chi dell’anonimato ne deve fare una necessità per tutelare la propria vita (ma credo sia ovvio che qui stiamo parlando di tutt’altro), mi è venuta in mente questa esperienza.
Per alcuni anni ho seguito un corso di teatro. Uno degli esercizi di riscaldamento per creare unità nel gruppo si basava proprio sull’anonimato: veniva messa una persona al centro di un cerchio. Ognuno doveva scrivere un pregio e un difetto su un foglio anonimo che il protagonista di turno doveva leggere. Tutto veniva fatto in modo delicato e costruttivo. Si cercava poi di indovinare chi avesse scritto sia la critica sia il pregio e, alla fine, l’autore del commento veniva svelato. L’esercizio si concludeva con un abbraccio.
Questo modo di interpretare l’anonimato, a mio avviso, era molto simile alla descrizione di sincerità di Treccani, forse così potremmo davvero parlare di ‘onesti feedback’ perché il fine era edificante e non distruttivo: si cresce con le critiche e non solo con le carezze. Il problema quindi nasce online, nel momento in cui uno schermo diventa alibi. 

Lo schermo luminoso: alibi per cattiverie gratuite o specchio della nostra vera identità?

Il problema sui Social nasce purtroppo da quel salto mentale che uno schermo luminoso ha fatto fare a molti (e fa fare a molti con o senza Sarahah!).
Passiamo il tempo a riflettere sul nostro personal branding, su come comunicare la nostra unicità e non vediamo l’ora di commentare in modo anonimo difetti di altri? Riusciamo a polemizzare e criticare ogni singolo evento (ogni!) elevandoci a super esperti di qualsiasi argomento (e con una capacità di passare da un tema all’altro a dir poco incredibile), ma scivoliamo nel fascino dell’anonimato perché è ‘divertente’ urlare cattiverie dietro una tastiera? (…magari con commenti camuffati da ‘ironia’?).

Ti sei mai fermato a ragionare su quanto danno fanno le parole? Su quanto una frase, una critica violenta, un’aggressione verbale possa ferire?  Su quanto possa incidere su chi è più delicato, sensibile?
Il tema della violenza verbale è qualcosa di a me molto caro, lo sai: non amo gridare in Rete, non mi piace chi aggredisce e usa un tono di voce invadente… figuriamoci se anonimo.

I social sono un ambiente da vivere: mostrati!

Non ti piace il contenuto condiviso da qualcuno? Elimina questo contatto!
Trovi che abbia scritto delle grandi cavolate? Diglielo, magari anche privatamente.
Lo conosci direttamente? Chiamalo! Alza la cornetta!
…ma ti prego: non farti fuorviare la testa e cerca di essere lucido: hai bisogno di un’app per insultare gratuitamente un tuo contatto? Per dirgli quanta invidia provi per quello che fa? Per vomitargli addosso la gelosia che provi per le ‘cose inutili’ che condivide? O per giudicare il suo aspetto estetico?

Da sempre, chi si rende anonimo per dare il proprio parere, ha paura di qualcosa o di qualcuno: costruisci, condividi il bello, l’interessante, il costruttivo! Scegli di essere voce della tua unicità e di argomenti che edificano e non distruggono. L’anonimato fuori o dentro i social, non è mai né onesto, né sincero.

…In effetti , ora che ci penso, mi chiedo perché anche io vado avanti a chiamarli ‘leoni’ da tastiera…

 

Cover ph: Shutterstock

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