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Intelligenza artificiale al servizio della medicina?
Sembra essere proprio questa la via che ci attende per un futuro che, così come ti anticipavo in questo post, ormai così stra-ordinario non è. Anche il campo della medicina, nell’era dei big data, è ormai pronta ad abbracciare e concretizzare una rivoluzione che aiuta a migliorare il rapporto medico-paziente e che, al contrario di quanto si possa pensare quando si parla di artificial intelligence, può davvero diventare la via per un ritorno alla relazione vis-à-vis.
L’innovazione, le applicazioni di intelligenza artificiale, permettono al medico di ridurre la routine burocratica e metodica nella quale sembra ormai ingabbiato negli ultimi tempi, valorizzando al contrario il suo apporto professionale, il tutto in una nuova visione olistica e illuminante che rimette al centro di tutto l’unicità umana.

Certamente quindi l’intervento che più mi ha coinvolta quest’anno al SAS Forum Milan 2018 è stato quello del Dr. Enzo Grossi, Consulente scientifico di Bracco Imaging e direttore scientifico presso l’istituto Villa Santa Maria di Tavernerio (Como) che, tra le molteplici attività svolte nella sua illuminante carriera, negli ultimi anni ha lavorato intensamente nel campo dei sistemi matematici complessi applicati a problemi medici in qualità di esperto di Computational Intelligence e membro fondatore del Center for Computational and Mathematical Biology della Colorado Denver University.

Ho voluto incontrarlo per fargli qualche domanda, felice di aver conosciuto un uomo che crede nell’innovazione di valore, quella cioè che non dimentica mai che al centro di ogni tecnlogia deve rimanere l’uomo e il suo valore.

Intelligenza artificiale al servizio della medicina

il Dr. Enzo Grossi durante il SAS Forum Milan 2018

Dr. Grossi, questa mattina ci ha illustrato in una slide l’evoluzione del rapporto medico/paziente. Dalla domanda base ‘che malattia ho’ (diagnosi e cura a preventiva) siamo passati nel tempo a ‘che malattia potrei avere’, fino ad oggi con la cosiddetta ‘medicina predittiva’ che grazie all’intelligenza artificiale al servizio della medicina riesce addirittura ad anticipare la diagnosi di malattie.
Lei, come medico, ha seguito questa evoluzione comprendendone le potenzialità, ma per molti non è così. Un po’ come succede in tante aziende: chi approccia la digital transformation con una mente aperta evolve e gli altri no.  Qual è stata la sua evoluzione e che consigli dare a chi si oppone ancora con resistenze al cambiamento?

‘Ha detto una parola chiave ‘mente aperta’ ed è un atteggiamento indispensabile che ci porta ad abbandonare tutto quello che deriva da un insegnamento tradizionale che portava a una visione della malattia per apparati, oggi la visione è sempre più sistemica. Le malattie complesse, soprattutto quelle degenerative non appartengono solo a una specialità. Ad esempio l’alzheimer non è di certo una malattia ad appannaggio di uno specialista, ma comprendono una serie di aspetti che fanno a capo a diverse competenze come la psichiatria, la geriatria, la medicina interna…
Altro aspetto è che a causa della crescita di malattie croniche degenerative si è compreso che le relazioni lineari tra causa e effetto tradizionali oggi non valgono più, per questo motivo la prognosi è più difficile da prevedere e l’esperienza medica non basta più. Per questo è necessario affidarsi a sistemi innovativi che supportino sia la ‘memoria’ storica che unisce differenti casi ed esperienze sia la tendenza alla medicina predittiva.
Questo non significa che il medico sarà sostituito perché si tratta di sistemi di assistenza decisionale: dove il software restituirà la diagnosi del medico, questo confermerà la sua intuizione; al contrario dove in disaccordo questo elemento farà riflettere più sul caso approfondendo ulteriormente il caso.

La professione del medico non scomparirà, ma anzi sarà sempre più l’Intelligenza artificiale al servizio della medicina’.

 

Machine learning  e deep learning supporteranno il medico che durante la visita potrà tornare a visitare il paziente, a guardarlo negli occhi e non a essere un ‘burocrate’.
Io però ancora oggi vado dal medico e parlo con il retro di un laptop aperto… quanto tempo passerà secondo lei perché l’intelligenza artificiale al servizio della medicina diventi un’innovazione fruibile da tutti all’interno di metodologie non più stra-ORDINARIE (giusto per ricordare il tema di oggi…)?

‘Come ogni fenomeno sono lenti ad arrivare, poi superata una soglia diventano irrinunciabile, pensi ad esempio al navigatore satellitare. Allo stesso modo il medico e le nuove generazioni saranno sempre più orientate al tema dell’intelligenza artificiale al servizio della medicina.
I corsi di laurea in medicina ad esempio dovranno inserire queste materie per permettere ai professionisti del futuro di acquisire competenze digitali come la raccolta di dati in modo organico e analizzabili dai sistemi. La così detta cultura del dato che sta maturando nelle aziende che comprendono che è il loro petrolio dovrà essere un tema affine anche alla medicina. Ci sono tantissimi dati che ad oggi vengono completamente trascurati come quelli definiti di tipo amministrativo che in termine riduttivo significa ‘quante volte il paziente ha avuto una malattia, quante volte è stata diagnosticata quella malattia in quel territorio… permettono una ricostruzione di scenari davvero potenti. Esistono epidemiologi ad esempio che lavorano in strutture pubbliche nelle ex ASL che stanno già facendo questo lavoro e attraverso l’approccio di machine learning è possibile comprendere se un’epidemia ad esempio si sta scatenando.
Certo, la medicina è un settore molto conservativo, ma pensiamo alla qualità della visita che potremmo avere ad esempio con il supporto di tecnologie di text mining: il paziente potrebbe raccontare prima della visita la propria storia, il proprio stile di vita per inviarla al medico. Questo significa che arriveremmo al momento della visita con un background che farebbe trasparire molte più informazioni rispetto alla normalità, mentre molto spesso l’intervista del medico obbliga il paziente a un percorso che il medico stesso ha già in testa e il paziente non è mai libero di parlare in modo naturale e soprattutto senza limiti di tempo. Così succede che un paziente si rivolge a un medico per un problema che magari non è quello, o le cause non sono chiare: quante volte un medico chiede la situazione lavorativa, familiare, sulla vita sociale di un paziente? Raramente.
Il modello biopsicosociale introdotto da George Libman Engel nel 1977 è rimasto purtroppo ad oggi lettera morta e invece era un modello da seguire perché come medici non dovremmo affrontare la malattia solo come qualcosa da debellare, ma è nostro dovere occuparci della persona. Ippocrate diceva “È molto più importante sapere che persona ha quella malattia, piuttosto che sapere che malattia ha quella persona’” e pare che dobbiamo ancora lavorare su questo concetto’!

 

Parliamo della medicina di precisione che permette sia una nuova classificazione delle malattie grazie ai big data su base individuale. L’ Intelligenza artificiale al servizio della medicina ci fa tornare a riflettere sull’importanza dell’apporto umano e soprattutto all’evidenza che ogni essere umano è unico e insostituibile: esiste un limite oltre il quale, secondo lei, la medicina predittiva deve fermarsi? Quanto è importante per lei il tema etico nella sua professione?

L’aspetto etico è fondamentale e delicato anche perché stiamo parlando di gestione di dati altamente personali e di decisioni prese basandosi su algoritmi. D’altra parte se il paziente sa che è stato sviluppato un modello, un sistema che permette di fare una predizione reale e robusta, lui chiede e cerca quella soluzione. In certi campi, negli Stati Uniti, può addirittura succedere che il paziente può fare causa al Medico sapendo che poteva avvalersi anche di quel sistema, ma che non l’ha utilizzato. In questi casi, paradossalmente la spinta ad usare l’intelligenza artificiale al servizio della medicina potrebbe venire dalla paura di essere citati, più che dalla voglia di migliorarsi come una sorta di ‘medicina difensiva’. Qui ovviamente entra in gioco l’etica del medico e ancora una volta il tema della formazione e della consapevolezza nell’utilizzo coerente di queste nuove tecnologie.

 

Ho voluto intervistarla anche perché arriviamo dallo stesso territorio, quello di Como, dove lei è Direttore scientifico presso l’istituto Villa Santa Maria, il Centro Multiservizi di Neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza. Come applicare tutto ciò che è stato detto in questo settore così delicato?

Prendiamo ad esempio l’autismo, una malattia che purtroppo è in largo aumento e coinvolge la vita di tutta la famiglia intera provocando disagi a cascata: più precocemente la diagnosi viene eseguita correttamente e più velocemente abbiamo la possibilità di cambiare la storia naturale della malattia e in alcuni casi addirittura di poterla guarire. Questo può avvenire se la presa in carico avviene molto presto entro i 12 mesi.
Oggi non esistono indicatori che ci dicono che quel bambino che ovviamente non ha ancora manifestazioni comportamentali che possono fare immaginare questa malattia che è difficile anche da diagnosticare a livello clinico abbia veramente la malattia.  In questo contesto stiamo cercando di sviluppare la diagnosi precoce attraverso l’elettroencefalogramma. Un esame a bassissimo costo a cui non è mai stato dato nemmeno grande importanza semplicemente perché sono sempre stati usati strumenti per l’analisi dati non idonei alla complessità del segnale. Applicando un’analisi olistica, in cui si tiene conto che in un organismo tutto è in contatto con tutto, si è in grado al contrario di intervenire e stiamo avendo grandi risultati.


L’Intelligenza artificiale al servizio della medicina in un futuro che, mi permetto di dire, percepisco davvero ‘semplice’ e non complicato, ha necessità di un nuovo approccio filosofico e completo che si sta già attivando oggi.
La matematica implementata dai sistemi artificiali ne sarà la chiave, questo permetterà il recupero della componente umana che è fondamentale. Riassumendo in una frase questa splendida intervista e questa giornata al SAS Forum Milan direi sicuramente: che non esiste intelligenza artificiale senza l’intelligenza umana… evviva il #futurosemplice

 

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